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Leggende Sabine

Il Ratto delle Sabine

rattosabgianRatto delle Sabine del Giambologna (Firenze, foto Bruno Balestrini –www.thais.it)Secondo la leggenda,Romolo, il primo re di Roma, si occupa di fortificare ed espandere la città, raccogliendo i pastori dalle zone circostanti ma, per la mancanza di donne, la sua grandezza sarebbe durata una sola generazione poichénon avendo connubi con i vicini non c’era in patria speranza di prole.

Così Romolo organizza ad arte solenni ludi in onore di Nettuno equestre (Consuali) e ordina poi di annunziare lo spettacolo ai popoli vicini.Accorre molta gente, anche per la curiosità di vedere la nuova città, tra cui i Sabini. Durante lo svolgimento della festa fra canti e danze, ad un segnale convenuto, i giovani Romani rapiscono le donne Sabine e armati di pugnali, mettono in fuga gli uomini.

I Sabini ovviamente non gradiscono l’affronto e tornati al loro villaggio si armano;guidati da Tito Taziomarciano verso Roma decisi a riprendersi le proprie figlie.

Dal racconto di Tito Livio i sabini riescono a penetrare nella città fortificata grazie al tradimento di una giovane fanciulla romana,Tarpea che aveva il compito di sorvegliare una porta sul Campidoglio. In cambio del tradimento la fanciulla chiede ai Sabini oro e gioielli, ma la ripagarono lanciandole contro i propri pesanti scudi: in seguito la ragazza sarà condannata a morte per tradimento e lanciata dalla rupe che per tradizione tuttora porta il suo nome a Roma.
Penetrati a Roma, i Sabini si lanciano contro i nemici; ma non appenala battaglia ha inizio, le donne intervengono per ottenere un armistizio: molte fanciulle infatti, già affezionate agli sposi romani,non tollerano la vista di quella sanguinosa battaglia nella quale erano coinvolti i loro padri e i loro mariti.
La vicenda ha così una pacifica conclusioneRomolo e Tito Tazio regnano in comune sulla città e i Sabini si fondono con i Romani in un unico popolo.

La bella Fiorana

La torre dell’orologio di Poggio Mirteto all’epoca di cui si narra, e cioè agli inizi del XII secolo, si presentava con una forma diversa dall’attuale, trattandosi di torre a difesa della sottostante porta superiore d’accesso al paese, ed essendo dunque munita di merli e di un corridoio d’accesso diretto con il castello.

 

Proprio quest’accesso permetteva alla famiglia feudale del Conte di S. Cosimo di scrutare la vallata sottostante, per prevenire le continue incursioni saracene.
Il feudatario del tempo aveva due figli: l’intrepido cavalier Rolando e sua sorella Fiorana, la quale era nota per la sua straordinaria bellezza, che suscitava ammirazione per le sue caratteristiche di armonia, grazia e perfezione, come ci riportano le cronache dell’epoca.

 

La sua beltà era tale da essere decantata da poeti e trovatori, ed insieme a suo fratello Rolando era l’idolo del paese, poiché oltre che bellissima era anche una valorosa guerriera sul campo di battaglia.

 

Un giorno ella incontrò una zingara, la quale le predisse di vedere il suo amato cavaliere, tra baci d’amore e lacrime di morte, e senza aggiungere altro scomparve.
Spesso durante la notte la bella Fiorana amava passeggiare, di bianco vestita, sul terrazzo della torre dell’orologio, e fu proprio in una di quelle notti che incontrò un cavaliere che le fece palpitare il cuore con le sue canzoni d’amore a lei rivolte.
Dopo quella notte altre ancora ne seguirono, accompagnate dalle dolci note di quel giovane del quale non seppe mai il nome.
Purtroppo i tranquilli giorni al castello finirono, e venne il tempo della guerra, per causa delle orde saracene che giù nella valle si preparavano a dar battaglia alla fortezza di Poggio Mirteto.

 

Fiorana, indossata la scintillante armatura che racchiudeva tutta la sua bellezza, si precipitò insieme a suo fratello Rolando e a tutti i suoi soldati all’assalto di quel drappello saraceno che insidiava le campagne circostanti il castello.
Nel pieno della pugna, tra lo sfavillar di lame, l’audace Fiorana venne a singolar tenzone con un valente nemico, e tanto lo scontro fra i due era aspro che il fratello, avendo visto Fiorana in difficoltà, venne in suo aiuto chiamandola per nome.
L’avversario udendo quel nome abbassò lo scudo e si tolse l’elmo, nel preciso attimo in cui Fiorana si lanciava contro di lui con la sua spada, e fu colpito mortalmente.
Solo in quell’attimo Fiorana riconobbe nel proprio avversario il bel cavaliere che la notte l’allietava con le sue melodiche note d’amore: la profezia della zingara si era purtroppo avverata in tutto il suo tragico epilogo.

 

Il dolore per aver dato ella stessa la morte al suo amato fu tale che la bella Fiorana impazzì, e nella sua lucida follia tutte le notti continuò ad affacciarsi sulla terrazza della torre, nella vana speranza di poter riascoltare le parole d’amore del bel cavaliere.
Quando finalmente si rese conto dell’inutilità della sua attesa, in una bella notte d’estate decise di raggiungere il suo amato, gettandosi dall’alto del bastione.
Otto secoli sono trascorsi da allora, ma molti giurano ancor oggi di aver udito, nelle notti più silenziose, i sospiri di un anima che non sì da pace per la sua tragedia d’amore.
Fine…

 

 

 


I precursori dell'aerostato

Le cronache Farfensi del XIII secolo narrano di una guerra, per futili motivi d'egemonia, fra Poggio Mirteto, all’epoca castello feudale, e Montorso (oggi Castellacce), altro castello situato sopra l’omonima collina a guardia del Tevere, durante la quale si ebbe una tregua proclamata dai signori dei due castelli contendenti.

 

Questa temporanea sospensione delle attività bellicose tra i due Castelli avvenne nel periodo di pasqua, quando le parti avverse, trovandosi di fronte, pronte ad armeggiare, sentendo il suono delle campane che annunciavano la ricorrenza Cristiana, decisero di deporre le armi per un giorno intero, e di festeggiare la momentanea tregua con i giochi allora in voga, come i tornei di destrezza sui cavalli, le quintane… e il palo della cuccagna, consistente in un legno conficcato nel terreno e ben ingrassato, per rendere la sua ascesa il più impervia possibile, alla cui sommità fu posta una pizza di Pasqua.

 

Basta solo chiudere gli occhi per immaginare il fermento dell’epoca intorno a tale avvenimento, e più passava il tempo, più il fervore della festa si stringeva attorno a quell’altissimo palo, diventato ormai il simbolo morale di vittoria tra le due parti contendenti.
Purtroppo, giunti ormai al calar del sole, nessuno era ancora riuscito a raggiungere la cima e ad agguantare l’agognato premio, quando all’improvviso, allo squillar di trombe, si videro sopraggiungere sul posto, provenienti dalle alture del castello di Poggio Mirteto, un gruppo di giovani che portavano con loro un voluminoso e strano marchingegno che suscitò la curiosità di tutti i partecipanti alla festa.

 
Coloro che portavano tale diavoleria accesero un fuoco vicino al palo e, dispiegatovi sopra l’involucro, questo incominciò a gonfiarsi, e un'enorme massa di carta rinforzata con della tela, prendendo presto la forma oblunga di un pallone, tra la meraviglia dei presenti, cominciò ad alzarsi in cielo, e a quel punto un giovinetto vi si aggrappò sollevandosi da terra per raggiungere l’alta cima del palo della cuccagna, riuscendo con un pugno a far cadere la pizza di Pasqua.
La folla, che era rimasta sino ad allora in silenzio, tanta fu l’incredulità, si lasciò andare in un infinito applauso di gioia, tanto che al giovine fu decretato l'onore della giornata.

 
Era il primo pallone della storia dell’uomo ad innalzarsi nei cieli, per opera d'umili persone di Poggio Mirteto, cui va il vanto e l’onore di aver preceduto il talento dei fratelli Montgolfier.

 

Fine…

 

 

 


L'anatema del Tribuco

Siamo qui di seguito a riportare, come cronisti del tempo, i fatti del castello del Tribuco, che sorgeva presumibilmente in territorio di Montopoli, e precisamente in località Ponte Sfondato.Il maniero, eretto a guardia del fiume Farfa e della vicina tomba di S. Getulio, sin dai primi anni della sua fondazione

Divenne tristemente famoso per la atrocità dei suoi proprietari, e per le sofferenze a cui gli stessi sottoponevano i propri vassalli.
Un giorno d'inverno, in cui imperversavano nei nostri territori orde di saraceni sbandati, depredando in ogni dove tutto ciò che potevano, senza sconti per nessuno, capitò nel territorio di Tribuco un viandante stanco e lacero negli abiti, anche se il suo animo era forte e fiero, come quello di un uomo reso inerme dall'infausto destino che lo aveva colpito. 
L’uomo di cui stiamo parlando ebbe solo il tempo di sentire lo scalpitio dei cavalli, quando i predoni con le loro lame affilate lo colpirono più volte, prima di depredarlo dei suoi pochi averi contenuti in un involucro di pelle, sul quale era inciso uno strano simbolo, che non aveva niente a vedere con iniziali di un nome o segno di un feudo.

Il poveretto, ormai in fin di vita, si trascinò fino al portone d’accesso del vicino castello del Tribuco, implorando aiuto, ma il feudatario del castello non volle concedergli l’ingresso e tanto meno aiutarlo a lenire i dolori delle sue ferite, anzi ordinò di lanciargli dall’alto delle mura dardi di fuoco, per purificare la sua anima.

L'infelice, colpito mortalmente, prese allora a maledire quel luogo, e tutti coloro che vi abitavano, tra agghiaccianti urla che uscivano dalle fiamme che lo avevano avviluppato, sentenziando la fine del castello con un anatema che riportato integralmente recitava così, “Il primo non vedrà più sorgere l’alba, dall’alto della torre, quando sarà seguito da altri primi“, e spirò senza che si potesse mai sapere chi fosse. 
Quello che aveva predetto rimase per anni dimenticato, fino a quando in uno dei tanti giorni di sanguinose lotte per le investiture, il Papa Pasquale II fu catturato dall’imperatore Enrico V, e tradotto di forza dalla vicina Roma al castello del Tribuco, ove, dopo due mesi di prigionia, capitolò, firmando la rinunzia alle investiture: era l'undici aprile 1111, da quel giorno la maledizione lanciata da quell’anonimo viandante morto arso vivo per mano dei signorotti del castello divenne realtà.

Difatti, di lì a poco, Papa Innocenzo II, con tutto il potere in sua mano, ordinò che del castello del Tribuco non rimanesse più pietra su pietra, e così fu fatto, decretando la fine definitiva del maniero, tanto che fino ad oggi solo ipotesi e alcuni cumuli di pietre fanno desumere il luogo ove fosse ubicata la fortezza.
Fine…

 


Il fantasma del cavaliere

Come qualcuno ci suggerirebbe, saremo tentati ad iniziare questo racconto con la fatidica frase “C’era una volta”, ma non abbiamo tanta velleità nell’andare a narrarvi i fatti che si svolsero alle pendici degli Appennini, fra le mura di un castello, sperduto tra le dolci colline della sabina che con tanta umiltà degradano verso il mare, accarezzando dolcemente quella città che tanto odio e altrettanto amore ha diffuso negli animi di chi l’ ha conosciuta, sia nel bene che nel male.

Roma, “Città eterna” definita dai più, carica di tutta la sua cristianità, ha saputo modificare gli eventi di chi, inconsapevole, è vissuto sotto la sua ombra, in uno sparuto gruppo di case, definito allora Castello S. Petri.

Ma tornando a noi e a quello sparuto gruppo di case, voglio di seguito narrarvi gesta che non si possono certo paragonare agli avvenimenti dei “cavalieri della tavola rotonda”, anche se il tempo era quello, e di sicuro non sono avventure passate alla storia per averla in qualche modo modificata, ma sono restate senza alcun dubbio nei cuori di chi le ha compiute.
Ovvero nei cuori di paesani che, un bel giorno di primavera, sono stati visti partire per le tanto elogiate Crociate, volti alla ricerca della fede che in quei periodi era tanto sentita, quanto amata e ricercata, a tal punto che riusciva a infondere coraggio anche a chi non si era mai affacciato oltre la collina sulla quale dimorava.

Non restiamo certo a cercare i nomi di quei prodi che in quella piazza del paese, in quel giorno, si andarono ad incontrare, capeggiati dal signore del castello, che era rispettato ed amato soprattutto per la lealtà verso i suoi paesani, i quali lo contraccambiarono spogliandosi dei loro sudici abiti, per indossare armature che li rendevano fieri di servire il loro amato sire.
E di lì partirono, alla ricerca della Fede e della fedeltà da dimostrare al proprio principe, il quale, fiero sul suo cavallo, avanzava innanzi ai sudditi convinto di poter riportare al suo popolo la salvezza eterna, dimostrando a tutto il mondo allora conosciuto che, in quel lembo della sabina, vi poteva essere chi amava la sua terra tanto da poter mirare ad un’ impresa mai riuscita ad alcuno.

Proviamo a seguirli nel loro viaggio verso ciò che per loro era la scoperta di un mondo che avevano solo sentito narrare da qualche menestrello di corte, giunto da chissà dove, e raccontando chissà cosa, ma al di là di tutto ciò c’era la fede che li spingeva sempre più avanti, con a capo quel cavaliere che, per amore del proprio paese, avanzava tra i pericoli che gli si proponevano continuamente, e che senza sosta, con l’apporto di chi lo seguiva, riusciva a superare.

E la primavera divenne estate, con le fatiche del viaggio che cominciavano ad essere sempre più sentite, ogni giorno che passava, tanto che in quell’estate rovente, si trovarono di fronte al destino loro assegnatogli, in un luogo tanto sconosciuto a quegli abitanti del ridente paesino sabino, che neanche loro tornando in patria, dopo mesi di peripezie, seppero dire dove diedero battaglia e a chi.

Raccontarono solo di un gruppo di cavalieri, di nero vestiti, armati di lame come falci di luna scintillanti nella notte, che colpirono a morte il loro signore, tagliandogli di netto la testa, e che invano cercarono, senza esito, le sue mortali spoglie, per poterle riportare in patria.
Mentre i superstiti del castello narravano ciò, un urlo si levò tra la folla intenta ad ascoltare le gesta dei suoi paesani… fu un misto di affermazioni di chi diceva di aver visto, nelle notti precedenti il loro ritorno, il signore del castello mozzo della sua testa tenuta sotto il braccio, varcare il portone del suo maniero ed ivi scomparire.

Ancora oggi c’è chi afferma di udire nel castello, nelle notti di luna, lo scalpitio degli zoccoli di un cavallo, e di intravedervi sopra il corpo del feudatario, con in braccio la sua testa, ma fiero di essere tornato tra le mura del suo amato paese.
Fine…

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